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Influencer e giornalisti: smettiamo di confondere i ruoli

  • Immagine del redattore: @mauroeffe
    @mauroeffe
  • 13 mar
  • Tempo di lettura: 1 min

Negli ultimi anni abbiamo scoperto una verità rivelata: senza influencer un brand non esiste. Non vende. Non respira. Non vive.

Basta un post con filtro caldo, un cappuccino in primo piano, hashtag strategici e — miracolo — il destino di un’azienda è compiuto.

Poi però succede una cosa curiosa. Ogni tanto, nel mondo reale, qualcuno apre ancora un giornale. Oppure legge un articolo online scritto da un giornalista. Uno di quelli veri: che verifica le fonti, che fa domande scomode, che non usa il codice sconto.

Ed è lì che accade il piccolo cortocircuito della comunicazione contemporanea.

Perché gli influencer sono importantissimi, certo. Portano visibilità, engagement, immediatezza. Parlano la lingua dei social e spesso riescono a creare un rapporto diretto con il pubblico.

Ma i giornalisti fanno un altro mestiere.

Non devono piacere all’algoritmo. Devono essere credibili.

Non devono vendere una crema o un hotel per 24 ore. Devono raccontare una storia che resti.

Non devono fare storytelling sponsorizzato. Devono fare informazione.

La differenza è semplice: l’influencer genera attenzione, il giornalista costruisce reputazione.

Un brand intelligente capisce che servono entrambi.

Uno crea conversazione, l’altro autorevolezza.

Il problema nasce quando si confondono i ruoli.

Quando si pensa che una recensione pagata valga quanto un articolo indipendente.

Quando si manda lo stesso comunicato stampa a una redazione e a un creator pensando che sia esattamente la stessa cosa.

Non lo è.

E forse la vera innovazione nella comunicazione oggi non è scegliere tra influencer e giornalisti.

È ricordarsi che esistono ancora i giornalisti. Quelli veri.


Quelli che, incredibilmente, prima di pubblicare qualcosa… lo leggono.

 
 
 

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